UN GRIDO INTERNAZIONALE ALLA VITA
“Il festival è stato uno spazio di armonia, di riconciliazione, di ricongiungimento, di resistenza, di costruzione, di convivenza. Uno spazio con storie di vita, di lotta, di violenza, ma anche con storie di pace.”–
Fabio Mariño (costruttore di pace ed ex-guerrillero M-19)

1997
Tra il 24 e il 27 febbraio del 1997, durante l’Operazione Génesis, i paramilitari dell’Autodefensas Unidas de Colombia (AUC), supportati dall’esercito colombiano, entrarono nel territorio di Cacarica (Riosucio, Chocó) con l’obiettivo di catturare presunti/e guerriglieri/e delle FARC. Il risultato fu l’assassinio brutale del leader Marino López. Dopo averlo decapitato, i paracos giocarono a calcio con la sua testa davanti agli occhi terrorizzati della comunità. Migliaia di civili fuggirono, l’area venne militarizzata, decine furono le persone scomparse o uccise.
1999 – 2002

Due anni dopo il tragico evento, alcuni/e sfollati/e tornarono nel proprio territorio, nonostante il timore e le insicurezze, accompagnati/e dalla Comisión Intereclesial de Justicia y Paz (CIJP), la quale nel 2002 organizzò un incontro internazionale che riunì decine di persone segnate da episodi di violenza. Solo per citarne alcune Esther Ballestrino delle Madres de Plaza de Mayo, familiari della Toma y Retoma del Palacio de Justicia (1985), vittime di massacri e persecuzioni in Abya Yala e in Africa.
Ognuno/a condivise la propria esperienza, il dolore subito e le lezioni apprese. Pur in assenza di una Commissione della Verità in Colombia (istituita solo dopo l’Accordo di Pace del 2016), emerse già allora l’idea di una giustizia restaurativa, fondata sulla ricerca della verità, sul dialogo con i/le responsabili e sulla non ripetizione.
2022
Da quel lontano 1997 sono passati 25 anni di resistenza, commemorati attraverso il VII Festival de las Memorias, organizzato dalla CIJP.

L’evento ha avuto luogo tra Simona del Mar (Turbo, Antioquia) e “Nueva Esperanza” – Zona Umanitaria riconosciuta dalla Corte Interamericana dei Diritti Umani – nell’area di Cacarica, al confine con il Tapón del Darién: una zona di straordinaria biodiversità, ma anche di narcotraffico, paramilitarismo, disboscamento illegale e tratta di migranti.
Nonostante la tensione, il festival si è svolto in armonia grazie al contributo delle varie organizzazioni, tra cui Peace Brigades International (PBI), che ha svolto un ruolo fondamentale di protezione e accompagnamento.






Madres de Plaza de Mayo
All’evento erano presenti ospiti internazionali provenienti da Paesi un tempo colpiti da brutali dittature, delegati/e istituzionali e decine di rappresentanti delle comunità colombiane, soprattutto giovani che hanno ereditato la lotta sociale e la costruzione della pace dal basso. Ognuno/a di loro ha raccontato la propria storia di resilienza, valorizzando il ruolo della memoria e proponendo nuovi cammini per il raggiungimento della riconciliazione e della non ripetizione. È stata un’esperienza profonda, piena di energia positiva, nonostante la sofferenza, i timori e i dubbi che a volte trasudavano dai racconti delle persone.
Tra i tanti elementi emersi nel corso delle giornate, uno dei più significativi è stato il tema del perdono, una questione particolarmente dibattuta in Colombia. Difficile immaginare che una vittima potesse perdonare il proprio carnefice, eppure le persone presenti erano la dimostrazione concreta che ciò fosse possibile, e che non si trattasse né di ipocrisia né di menzogna.
Jani Silva, agricoltrice della Riserva Contadina “Perla Amazzonica” (Putumayo) e candidata al Nobel per la Pace, durante un intervento pubblico ha detto:
«Abbiamo sofferto profondamente per questa violenza, ma nel processo organizzativo siamo stati colmati dalla consapevolezza che la nostra realtà non finisce in un carcere. Se noi contadini potessimo rispondere con la stessa violenza con cui siamo stati trattati, sarebbe un inferno peggiore di quello che già viviamo. Scommettiamo sulla pace, nonostante tutto – nonostante molti di noi non possano vivere nella propria fattoria, nonostante dormiamo con la paura, nonostante ad ogni angolo pensiamo che ci uccideranno. Ma abbiamo ancora questa speranza: crediamo di poter cambiare la realtà.»

Durante il festival ci si sedeva una accanto all’altra, si mangiava insieme, si dormiva sotto lo stesso tetto, indipendentemente dal ruolo che le persone avevano avuto nel conflitto. Mi chiedevo chi tra loro fossero ex-combattenti: com’erano arrivati/e a fare ciò che avevano fatto, quali sentimenti o idee li/le avessero spinti/e a imbracciare un’arma e perché avessero scelto di raccontare la propria verità e contribuire alla pace. Sapevo che alcune delle loro parole sarebbero state difficili da accettare, ma andavano ascoltate e comprese, per quanto il cuore tremasse di rabbia e amarezza.
Nel corso dell’ultima mattinata, trascorsa sotto il calore vorace della giungla cacaricana, mentre gli insetti lasciavano il loro ricordo sulle nostre pelli, abbiamo realizzato delle interviste. Erano presenti diversi ex-combattenti appartenenti a fronti opposti e assieme abbiamo parlato del festival, del significato che ha avuto per loro la partecipazione all’evento, per proseguire discutendo sul percorso che li ha visti lasciare le armi e diventare costruttori di pace.
Un cammino che è stato possibile grazie alla creazione della Jurisdición Especial para la Paz (JEP) nata con l’Accordo di Pace che ha visto l’implementazione di una giustizia transizionale e di un diritto restaurativo trasformante. I/le pentiti/e collaborano con la giustizia a cambio di una riduzione della pena, dicendo la verità, chiedendo perdono alle persone a cui hanno recato danno e contribuendo non solo al risarcimento, ma anche al ripristino del tessuto sociale e comunitario che hanno distrutto, promuovendo la non ripetizione della violenza.

«Nel mio territorio vivevo con la guerriglia, non c’erano tanti problemi,» ha iniziato a raccontarci Carlos Matheus alias “Paquita”, ex-paramilitare del Bloque Central Bolívar, un uomo alto, paffuto, il cui sguardo si nasconde dietro agli occhiali da sole. «Quando sono entrato nell’esercito iniziarono a dirci chi era il nemico. Dalle 5:00 del mattino cantavamo inni militari come Un guerrigliero ucciderò e il suo sangue berrò. Quello era l’esercito. E quando sono ritornato alla fattoria, ormai vedevo la guerriglia già come un potenziale nemico. In seguito le FARC hanno ucciso la figlia di un mio amico, il quale mosso dalla collera è venuto a parlare col comandante del mio Blocco che gli ha risposto vai nel Caquetà e vendica il tuo sangue. Così ho deciso di aiutarlo, stanco dei tanti abusi delle FARC.»
Carlos è nato in una famiglia rurale, come la maggioranza delle persone che hanno abbracciato le armi per farne una ragione di vita. La situazione di agricoltori e agricoltrici in Colombia è stata piegata dalla povertà e dalla mancanza di servizi basici, educazione e lavoro.
«Avevo diciassette anni quando entrai in accademia militare, già con un’educazione familiare alle spalle» ci ha spiegato l’ex-colonnello Luis Fernando Borja, grattandosi l’estremità di una delle orecchie lievemente appuntite, lasciate in evidenza dai corti capelli neri tagliati a spazzola. «Alla Commissione della Verità ho detto che i miei genitori non mi hanno mai insegnato a uccidere. L’ho imparato solo nella vita militare: ci insegnavano che chi pensa diversamente è il nemico. Chi è comunista è il nemico e deve essere ammazzato. Il difensore dei diritti umani è comunista… Non voglio dire che l’intero apparato militare sia sbagliato, ma bisogna cambiare molte cose, perché nell’esercito non mi hanno mai insegnato a migliorare l’aspetto umano, solo a eseguire gli ordini.»
Luis Borja ha decretato più di cinquanta esecuzioni extragiudiziali, realizzando decine di falsos positivos, nonché civili innocenti, uccisi/e dall’esercito colombiano e presentati/e falsamente come guerriglieri/e morti/e in combattimento per ottenere premi, promozioni o altri incentivi. Il fenomeno risale a ben prima del periodo presidenziale di Álvaro Uribe Vélez (2002-2010), soprannominato el matarife, solo che in precedenza non era necessario mostrare i risultati delle persone ammazzate durante gli scontri. Per questo, il numero di morti extragiudiziali è incrementato tra il 2004 e il 2008.
«Mi chiedi cosa provavo» ha proseguito Luis mentre le gocce di sudore gli scendevano lungo la fronte. «Ti dico la verità: sentivo di fare la cosa giusta. Me ne vergogno, ma è quello che sentivo. Mi resi conto delle atrocità commesse solo quando uscì la notizia sulle famiglie degli undici giovani di Toloviejo, che dimostrarono di essere semplici operai o contadini. Chiamai un collaboratore e gli chiesi spiegazioni: mi aveva mentito, mi aveva sempre detto che quei giovani erano paramilitari o guerriglieri.»

Luis si è fermato, prendendo una pausa, guardandomi negli occhi. Io non ho detto nulla, aspettando solo che ricominciasse. «Al di là di questo, nessuno ha il diritto di ammazzare una persona solo perché è guerrigliero, paramilitare, ladro, estorsore. Quando capii che stavamo uccidendo innocenti iniziò il pentimento, ma anche la paura del carcere. Sapevo che non si poteva tornare indietro: c’erano già decine di morti, mentre truppe e comandanti chiedevano risultati. Così decisi di continuare, anche sapendo che era sbagliato.»
La voce di Luis tremava. Era un clima denso per entrambi: non è facile raccontare la parte oscura di noi stessi/e e nemmeno fermarsi ad ascoltare delle atrocità. Sono rimasta impassibile, però dentro di me c’era qualcosa che bruciava, forse lo sdegno, forse il dispiacere, il senso d’ingiustizia. Poi Luis ha ripreso il discorso.
«Tutti sapevano cosa stava accadendo: dall’ultimo soldato al comandante generale delle forze armate erano consci che stavamo uccidendo persone innocenti. Ti chiederai perché continuare a uccidere piuttosto che ricevere un richiamo per un mancato ordine. Sembra stupido, ma quella era la realtà. Alcune madri mi hanno chiesto quando hai fatto uccidere mio figlio, hai pensato alla famiglia che aveva? Gli dissi di no, perché è la verità. Non hai mai pensato che avesse una famiglia, una mamma, un papà, fratelli, figli? No… non l’ho mai pensato. Questo è dove ci ha portato il conflitto, dove ci hanno portato queste informazioni sbagliate dateci fin dall’inizio, quando ancora eravamo in accademia…»

«Nemmeno io me ne rendevo conto» ha aggiunto Carlos, passandosi una mano sul capo pelato e sudaticcio. «Quando ho sentito per la prima volta che stavo infliggendo del male non c’era più il modo di tornare indietro. Ho coinvolto anche la mia famiglia e ho dovuto trasferirla per motivi di sicurezza. Era difficile per loro, da un momento all’altro si sono trovati nell’impossibilità di festeggiare il Natale o i compleanni a causa della situazione che avevo provocato. I miei figli vivevano in un contesto anormale. E oggi quando mostro il volto in un’intervista i ragazzi a scuola dicono a mio figlio ah, tuo padre, era un paramilitare, ha ammazzato gente! e inizia ad essere stigmatizzato. Nel percorso che sto facendo sul tema del perdono, la famiglia ricopre un ruolo importante e poi bisogna riconciliarsi con se stessi, con il nemico, con le vittime, con la società, con il quadro istituzionale. Per questo cerchiamo di ricostruire il tessuto sociale che abbiamo sconvolto. E la più richiesta è la verità, una verità sincera.»
«L’idea è continuare a cercare le vittime» ha concluso Luis Borja, mentre guardava all’orizzonte una delle madri di Toluviejo, seduta assieme ad altre persone all’ombra di alcuni alberi. «Portare avanti un processo di riavvicinamento, assumersi la responsabilità, dire loro la verità, accompagnarle nei progetti produttivi perché quelle famiglie possano andare avanti e tornare a sognare. È un’occasione per dire alle persone che non sono sole: sì, abbiamo fatto del male, ma siamo pronti a migliorare la qualità delle loro vite.»

«Ci sono molte cose che si vogliono fare, ma ce ne sono pochissime che si possono realizzare,» ha detto con tono scoraggiato Milton de Jesús alias “Joaquín Gómez”, ex-comandante del Bloque Sur delle FARC.
L’uomo si guardava spesso in giro, parlava poco e non dava confidenza. Si spostava sempre in compagnia di sua moglie e di una guardia del corpo. Il volto era in parte nascosto dai grandi baffi grigi e dal frontino del berretto alla dad hat. Inizialmente era stato titubante nel rilasciarci l’intervista: a differenza degli altri costruttori di pace, Milton aveva una visione pessimistica della realtà a causa delle continue uccisioni ai danni di ex-guerriglieri/e che si sono reintegrati/e nella società civile dopo l’Accordo di Pace.
«Posso dire loro cose molto belle, ma la realtà è un’altra,» ha continuato con voce flebile. «Perché dire che bisogna avere speranza, che i progetti produttivi verranno realizzati, quando gli ex-combattenti sono consapevoli che da un giorno all’altro possono essere assassinati?»
Infine ho chiesto a Fabio Mariño quali erano i suoi progetti e la sua visione dato il lungo trascorso come costruttore di pace. Ex-guerillero dell’M-19, era un uomo smilzo, dal sorriso smagliante e uno sguardo pieno di speranza, specialmente quando si parlava del futuro politico e sociale della Colombia.

«Siamo convinti che gli accordi bilaterali siano ormai superati. Vorremmo lavorare a un’iniziativa con il governo, sviluppare un piano di pace globale totale, che complementi gli accordi precedenti – che non vanno dimenticati o violati. Sono necessarie strade diverse di riconciliazione, in cui partecipino tutti gli attori che hanno avuto a che fare con il conflitto: ELN, paramilitari, dissidenti, banchieri, proprietari terrieri, contadini, allevatori, indigeni, afrodiscendenti, studenti, sindacati, polizia, esercito, senatori e la comunità internazionale – non come osservatore, ma come parte attiva delle decisioni. Perché ci sono Paesi che producono la guerra che genera violenza in Colombia e Paesi che consumano il conflitto che colpisce le nostre comunità attraverso il traffico di droga. Crediamo che tutti questi attori debbano sedersi al tavolo negoziale.»
In uno spazio di incontro e condivisione come quello vissuto a Cacarica, ci si rende conto che la riconciliazione esiste, ed è possibile grazie alla volontà di chi ha scelto di unirsi in un processo di pace che nasce dal basso e non attende le formalità per prendere vita; di chi ha compreso che la guerra disumanizza le persone, nutrendosi di odio, stereotipi e vendette. Quello che si è vissuto durante questo evento, solo pochi anni fa, sarebbe stato inimmaginabile per qualsiasi colombiano/a.
Ripensando a quel giorno e a quel festival provo una forte nostalgia, la stessa che sento ogni volta che ripenso al tempo trascorso in questo continente, agli eventi vissuti, alle persone incontrate, alla vita che scorre in questa terra così preziosa e combattiva. In Abya Yala i movimenti sociali si sono allineati da tempo per chiudere un discorso e cominciare una nuova fase di lotta. I cambiamenti di questi anni hanno radici profonde e sono il risultato di un microcosmo che appartiene a una storia ancora poco (ri)conosciuta. I popoli parlano al mondo, e ciò che è accaduto in queste piccole realtà è un grido internazionale alla vita.
Bogotà, maggio 2022
